L O C U S – L A T U S

Miscellanea et Mirabilia

GERMANIA – Liber I,10

[10] Auspicia sortesque ut qui maxime observant: sortium consuetudo simplex. Virgam frugiferae arbori decisam in surculos amputant eosque notis quibusdam discretos super candidam vestem temere ac fortuito spargunt. Mox, si publice consultetur, sacerdos civitatis, sin privatim, ipse pater familiae, precatus deos caelumque suspiciens ter singulos tollit, sublatos secundum impressam ante notam interpretatur. Si prohibuerunt, nulla de eadem re in eundem diem consultatio; sin permissum, auspiciorum adhuc fides exigitur. Et illud quidem etiam hic notum, avium voces volatusque interrogare; proprium gentis equorum quoque praesagia ac monitus experiri. Publice aluntur isdem nemoribus ac lucis, candidi et nullo mortali opere contacti; quos pressos sacro curru sacerdos ac rex vel princeps civitatis comitantur hinnitusque ac fremitus observant. Nec ulli auspicio maior fides, non solum apud plebem, sed apud proceres, apud sacerdotes; se enim ministros deorum, illos conscios putant. Est et alia observatio auspiciorum, qua gravium bellorum eventus explorant. Eius gentis, cum qua bellum est, captivum quoquo modo interceptum cum electo popularium suorum, patriis quemque armis, committunt: victoria huius vel illius pro praeiudicio accipitur.

[10]  Si attengono come nessun altro ad auspici e sortilegi: la procedura è semplice. Tagliano in piccoli pezzi il rametto preso da un albero da frutto e dopo averli distinti con determinati simboli li spargono a casaccio sopra una veste candida. Quindi, il sacerdote della tribù, se il consulto è pubblico, o il capofamiglia, se privato, pregano gli dei levando lo sguardo al cielo e tirano per tre volte i bastoncini, così mescolati interpretano le incisioni tracciate in precedenza. Se il responso è negativo, per quel giorno non verrà tratto alcun altro consulto sul medesimo quesito. Se invece il responso è positivo, allora è richiesta anche la verifica degli auspici. Inoltre, sanno pure interpretare il volo ed il canto degli uccelli, ma anche trarre moniti e presagi dai loro cavalli. Questi sono allevati dalla collettività nei boschi e nelle foreste, mantenuti puri e per nulla contaminati dalle opere dei mortali. Il sacerdote, il re, o un capo clan, li aggiogano ad un cocchio sacro e ne studiano i nitriti ed il respiro. E nessun auspicio è tenuto più in considerazione di questo, non solo presso il popolo ma anche tra i notabili, i sacerdoti, i ministri dei culti che si considerano semplici interpreti. Esiste anche un altro tipo di vaticinio che utilizzano per prevedere l’esito delle guerre. Contrappongono un proprio guerriero ad un prigioniero, catturato in qualunque modo, del popolo contro la quale sono in guerra, ognuno armato con le armi tipiche della propria tribù, la vittoria dell’uno o dell’altro fornisce in anticipo l’esito del conflitto.

 

giugno 10, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,9

[9] Deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostiis litare fas habent. Herculem et Martem concessis animalibus placant. Pars Sueborum et Isidi sacrificat: unde causa et origo peregrino sacro, parum comperi, nisi quod signum ipsum in modum liburnae figuratum docet advectam religionem. Ceterum nec cohibere parietibus deos neque in ullam humani oris speciem adsimulare ex magnitudine caelestium arbitrantur: lucos ac nemora consecrant deorumque nominibus appellant secretum illud, quod sola reverentia vident.

[9]  Tra tutti gli dei nutrono massima devozione per Mercurio, al quale in certi giorni reputano lecito offrire anche sacrifici umani. Sono soliti placare Ercole e Marte con sacrifici di animali. Una parte dei Suebi sacrifica ad Iside: quale sia la causa e l’origine di questo culto straniero non mi è stato possibile appurare, se non per il fatto che essendo raffigurata la dea con la forma di una nave dimostra che si tratta di una religione importata. Per il resto, sono convinti che non si possa costringere gli dei a vivere rinchiusi tra pareti né che possano essere rappresentati in qualche forma umana, senza svilirne la grandezza celeste: consacrano boschi e foreste; chiamano col nome di dei, ciò che non comprendono e che alla loro sensibilità religiosa appare come divino.

 

giugno 10, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,8

 

[8] Memoriae proditur quasdam acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata comminus captivitate, quam longe inpatientius feminarum suarum nomine timent, adeo ut efficacius obligentur animi civitatum, quibus inter obsides puellae quoque nobiles imperantur. Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt. Vidimus sub divo Vespasiano Veledam diu apud plerosque numinis loco habitam; sed et olim Albrunam et compluris alias venerati sunt, non adulatione nec tamquam facerent deas.

[8]  Si racconta che delle schiere in ritirata e già prossime allo sbando siano state riportate ai ranghi dalle preghiere delle donne, che opponevano loro il petto e mostravano la riduzione in schiavitù, cosa che temono molto più per le loro donne che per loro stessi, tanto che per stabilire patti efficaci con altre popolazioni, dispongono che tra gli ostaggi vi siano anche nobili fanciulle. Inoltre, ritengono che nelle donne vi sia qualcosa di sacro e persino di profetico, tanto che non disprezzano i loro consigli né rifiutano i loro responsi. Sotto il divo Vespasiano abbiamo visto Veleda essere considerata dai più come una sorta di divinità locale. In tempi più antichi veniva venerata Albruna e molte altre, non per adulazione né per farne delle dee.

 

  Veleda era una donna appartenente alla popolazione germanica dei Bructeri. Figura femminile carismatica e venerata, la sua persona era oggetto di un vero e proprio culto personale. Catturata dai Romani venne deportata a Roma, dove perse il suo status semi-divino. Probabilmente, lo stesso Tacito ebbe modo di conoscerla e ne parla nelle sue Historiae (Liber IV; 61-65. Liber V; 22-24).

 

giugno 10, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,7

[7]  Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt. Nec regibus infinita aut libera potestas, et duces exemplo potius quam imperio, si prompti, si conspicui, si ante aciem agant, admiratione praesunt. Ceterum neque animadvertere neque vincire, ne verberare quidem nisi sacerdotibus permissum, non quasi in poenam nec ducis iussu, sed velut deo imperante, quem adesse bellantibus credunt. Effigiesque et signa quaedam detracta lucis in proelium ferunt; quodque praecipuum fortitudinis incitamentum est, non casus, nec fortuita conglobatio turmam aut cuneum facit, sed familiae et propinquitates; et in proximo pignora, unde feminarum ululatus audiri, unde vagitus infantium. Hi cuique sanctissimi testes, hi maximi laudatores. Ad matres, ad coniuges vulnera ferunt; nec illae numerare aut exigere plagas pavent, cibosque et hortamina pugnantibus gestant.

[7]  Scelgono i re per la loro nobiltà d’animo ed i capi militari per il loro valore. Tuttavia ai re non viene concesso un potere arbitrario o senza limiti, mentre i capi esercitano il comando attraverso l’esempio piuttosto che con l’imposizione, guadagnandosi l’ammirazione specialmente se agiscono con prontezza, se si espongono e combattono in prima linea.
Inoltre, ad eccezione dei sacerdoti, non è permesso a nessuno impartire punizioni, né mettere in catene, né frustare chicchessia; questo avviene non perché non esistano pene o perché i comandanti non possano emettere ordini, bensì perché credono che a decidere sia la divinità che assiste i guerrieri. In battaglia portano effigi e stendardi che traggono dalle foreste; ciò che costituisce una straordinaria forma di incitamento al valore è dovuta al fatto che le turme ed i cunei non vengono costituiti a caso né assegnati a sorte, ma sono formati da familiari, da membri dello stesso clan; e a seguirli ci sono i parenti, in modo che possano sentire l’ululato delle donne ed i vagiti dei neonati. Questi sono considerati testimoni sacri e giudici supremi del loro valore. Portano i feriti alle madri ed alle mogli, che non si spaventano di contare e curare le ferite, mentre forniscono ai guerrieri cibo ed esortazioni.

 

giugno 10, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,6

[6]  Ne ferrum quidem superest, sicut ex genere telorum colligitur. Rari gladiis aut maioribus lanceis utuntur: hastas vel ipsorum vocabulo frameas gerunt angusto et brevi ferro, sed ita acri et ad usum habili, ut eodem telo, prout ratio poscit, vel comminus vel eminus pugnent. Et eques quidem scuto frameaque contentus est; pedites et missilia spargunt, pluraque singuli, atque in inmensum vibrant, nudi aut sagulo leves. Nulla cultus iactatio; scuta tantum lectissimis coloribus distinguunt. Paucis loricae, vix uni alterive cassis aut galea. Equi non forma, non velocitate conspicui. Sed nec variare gyros in morem nostrum docentur: in rectum aut uno flexu dextros agunt, ita coniuncto orbe, ut nemo posterior sit. In universum aestimanti plus penes peditem roboris; eoque mixti proeliantur, apta et congruente ad equestrem pugnam velocitate peditum, quos ex omni iuventute delectos ante aciem locant. Definitur et numerus; centeni ex singulis pagis sunt, idque ipsum inter suos vocantur, et quod primo numerus fuit, iam nomen et honor est. Acies per cuneos componitur. Cedere loco, dummodo rursus instes, consilii quam formidinis arbitrantur. Corpora suorum etiam in dubiis proeliis referunt. Scutum reliquisse praecipuum flagitium, nec aut sacris adesse aut concilium inire ignominioso fas; multique superstites bellorum infamiam laqueo finierunt.

[6]  Neppure il ferro abbonda, come si intuisce dalla tipologia delle armi. Sono in pochi a fare uso di spade e di lance lunghe: portano delle aste, che loro chiamano framee, con una punta in ferro stretta e corta, ma così affilata e funzionale all’uso che, a seconda della necessità pratica, possono impiegare la stessa arma sia nei combattimenti ravvicinati che in quelli a distanza. Anche l’armamento dei cavalieri è limitato ad uno scudo ed alla framea. I guerrieri appiedati scagliano giavellotti, e ognuno di loro ne scaglia in gran quantità e a grande distanza, nudi o coperti da una mantellina. Non ostentano alcuna eleganza. Tutt’al più fanno risaltare gli scudi, dipingendoli con colori vistosissimi. Pochi indossano corazze, pochissimi portano elmi di cuoio o metallo. I cavalli non si distinguono né per prestanza, né per velocità. E nemmeno sono addestrati ai volteggi come è invece nostro costume. Li fanno avanzare in linea retta, o con un’unica conversione sul lato destro, a ranghi così serrati in modo che nessuno rimanga indietro. In termini generali, è la fanteria a risultare più forte; perciò cavalieri e fanti combattono mescolati insieme, poiché una battaglia equestre è perfettamente funzionale alla velocità dei fanti, scelti fra tutta la gioventù e disposti in prima fila. Il numero è definito: un centinaio da ogni singoli villaggio, e “centena” vengono appunto chiamati. In tal modo, quello che prima era solo un numero diventa un nome e un riconoscimento. Le schiere sono divise in cunei. Cedere terreno, purché si contrattacchi, è considerato una forma di buonsenso piuttosto che di sbandamento. Portano indietro i corpo dei caduti anche nelle battaglie dall’esito incerto. Non c’è infamia peggiore dell’abbandonare lo scudo per la fuga. A coloro che sono disonorati non è concesso presiedere alle assemblee né ai riti sacri. E molti sopravvissuti posero fine alla loro infamia impiccandosi.

maggio 25, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,5

[5]  Terra etsi aliquanto specie differt, in universum tamen aut silvis horrida aut paludibus foeda, umidior qua Gallias, ventosior qua Noricum ac Pannoniam adspicit; satis ferax, frugiferarum arborum inpatiens, pecorum fecunda, sed plerumque improcera. Ne armentis quidem suus honor aut gloria frontis: numero gaudent, eaeque solae et gratissimae opes sunt. Argentum et aurum propitiine an irati dii negaverint dubito. Nec tamen adfirmaverim nullam Germaniae venam argentum aurumve gignere: quis enim scrutatus est? Possessione et usu haud perinde adficiuntur. Est videre apud illos argentea vasa, legatis et principibus eorum muneri data, non in alia vilitate quam quae humo finguntur; quamquam proximi ob usum commerciorum aurum et argentum in pretio habent formasque quasdam nostrae pecuniae adgnoscunt atque eligunt. Interiores simplicius et antiquius permutatione mercium utuntur. Pecuniam probant veterem et diu notam, serratos bigatosque. Argentum quoque magis quam aurum sequuntur, nulla adfectione animi, sed quia numerus argenteorum facilior usui est promiscua ac vilia mercantibus.

[5]  Proprio il territorio, alquanto variegato nell’aspetto, nel suo complesso è coperto di fetide paludi ed orride foreste, tuttavia è più umido nella parte rivolto verso le Gallie, più ventoso nelle zone prossime al Norico ed alla Pannonia. È abbastanza fertile ma inadatto alla coltivazione delle piante da frutto; è feconda di greggi, ma di taglia piccola. Nemmeno gli armenti sono particolarmente belli. Ciò che conta è la quantità, che costituisce l’unica ricchezza e anche la più gradita. Gli dei hanno negato loro l’argento e l’oro, e non so se questo sia un segno di benevolenza o di ira. E tuttavia non potrei affermare con certezza che nel suolo della Germania non vi siano vene aurifere o d’argento, in fondo chi se ne è mai accertato? Non per niente è assai diverso l’uso che ne fanno, insieme alla loro concezione di proprietà. Si possono vedere presso di loro vasi d’argento, dati in dono ad ambasciatori e principi, tenuti in considerazione non più di quanto lo siano quelli in terracotta. Quantunque le popolazioni più vicine ai nostri confini, abituati al commercio, attribuiscono all’oro ed all’argento il loro giusto valore, inoltre riconoscono ed apprezzano la qualità di certe nostre monete. Le tribù dell’interno invece ricorrono all’antico e semplice scambio delle merci. Apprezzano di più le monete di vecchio conio, a loro già note, soprattutto i bigati e quelle dal bordo dentellato. Ricercano l’argento molto più dell’oro, non per una predilezione particolare, semplicemente perché le monete in argento si prestano meglio al commercio dei beni di uso comune e di scarso valore.

 

maggio 25, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,4

[4]  Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem exstitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, tamquam in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida: laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam caelo solove adsueverunt.

[4]  Io stesso concordo con le opinioni di coloro che ritengono i popoli della Germania non contaminati da nozze con le genti di altre nazioni e che invece la loro stirpe sia rimasta sostanzialmente identica a quella dei loro progenitori. Di conseguenza, il loro aspetto, seppur rapportato a così tante persone, è il medesimo per tutti: occhi truci e cerulei, capelli rossicci, corpi imponenti ed estremamente adatti al combattimento. Non mostrano interesse per le opere di ingegno ed i lavori complessi; non sopportano minimamente la sete ed il caldo, ma sono abituati al freddo ed alla fame, tipici del loro clima e del loro territorio.

 

maggio 25, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,3

[3] Fuisse apud eos et Herculem memorant, primumque omnium virorum fortium ituri in proelia canunt. Sunt illis haec quoque carmina, quorum relatu, quem barditum vocant, accendunt animos futuraeque pugnae fortunam ipso cantu augurantur. Terrent enim trepidantve, prout sonuit acies, nec tam vocis ille quam virtutis concentus videtur. Adfectatur praecipue asperitas soni et fractum murmur, obiectis ad os scutis, quo plenior et gravior vox repercussu intumescat. Ceterum et Ulixen quidam opinantur longo illo et fabuloso errore in hunc Oceanum delatum adisse Germaniae terras, Asciburgiumque, quod in ripa Rheni situm hodieque incolitur, ab illo constitutum nominatumque; aram quin etiam Ulixi consecratam, adiecto Laertae patris nomine, eodem loco olim repertam, monumentaque et tumulos quosdam Graecis litteris inscriptos in confinio Germaniae Raetiaeque adhuc exstare. Quae neque confirmare argumentis neque refellere in animo est: ex ingenio suo quisque demat vel addat fidem.

[3] Raccontano che Ercole abbia dimorato presso di loro e prima di entrare in combattimento lo celebrano come il più valoroso tra tutti i guerrieri. Ma esistono anche altri canti di guerra, caratterizzati da una declamazione particolare che chiamano ‘bardito’, con i quali esaltano gli animi prima della battaglia e si propiziano la buona sorte. Mettono paura e si spaventano anche, per quanto è grande il rimbombo prodotto lungo tutto lo schieramento, tanto da sembrare non un coro indistinto di voci ma un’espressione unanime di valore. Avvicinando gli scudi alla bocca, il suono diventa particolarmente aspro e stridulo il brusio, poiché col rimbombo la voce aumenta d’intensità facendosi più intensa e più cupa.
Alcuni sostengono che pure Ulisse sia giunto nelle terre germaniche, portato in questo Oceano dal suo lungo e favoloso peregrinare, e abbia fondato e dato il nome ad Asciburgio la quale è situata sulla riva del Reno ed è abitata ancora oggi; e inoltre che proprio in questo luogo in passato è stato ritrovato un altare consacrato ad Ulisse, in aggiunta al nome di suo padre Laerte, e che al confine tra la Germania e la Rezia tuttora esistono monumenti e tumuli con iscrizioni in caratteri greci. Queste sono cose che non ho in animo di confermare né di verificare: ciascuno può prestarvi fede o meno, a proprio piacimento.

aprile 19, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,2

[2] Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos, quia nec terra olim, sed classibus advehebantur qui mutare sedes quaerebant, et inmensus ultra utque sic dixerim adversus Oceanus raris ab orbe nostro navibus aditur. Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu adspectuque, nisi si patria sit?
Celebrant carminibus antiquis, quod unum apud illos memoriae et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios adsignant, e quorum nominibus proximi Oceano Ingaevones, medii Herminones, ceteri Istaevones vocentur. Quidam, ut in licentia vetustatis, pluris deo ortos plurisque gentis appellationes, Marsos Gambrivios Suebos Vandilios adfirmant, eaque vera et antiqua nomina. Ceterum Germaniae vocabulum recens et nuper additum, quoniam qui primi Rhenum transgressi Gallos expulerint ac nunc Tungri, tunc Germani vocati sint: ita nationis nomen, non gentis evaluisse paulatim, ut omnes primum a victore ob metum, mox etiam a se ipsis, invento nomine Germani vocarentur.

[2] Tenderei a credere che gli stessi Germani siano autoctoni, ed in minima parte mescolati con altri popoli immigrati o accolti pacificamente, poiché in passato coloro che volevano cambiare sede erano soliti spostarsi non via terra ma per mare, invece l’Oceano (germanico) è immenso oltre che, se così posso dire, ostile alle rare navi provenienti dalle nostre terre. Inoltre, senza parlare dei pericoli di un mare sconosciuto e tempestoso, chi mai ambirebbe andarsene in Germania, squallida per paesaggio ed aspra per clima, desolante per cultura ed aspetto, abbandonando l’Asia, o l’Africa, o l’Italia, a meno che non sia la sua patria?
(I Germani) celebrano con antiche ballate, giacché questo è il solo modo che conoscono per trasmettere le loro storie e le loro memorie, il dio Tuistone nato dalla terra. Suo figlio Manno è progenitore e fondatore delle loro genti. A Manno vengono attribuiti tre figli, dai quali derivano le loro denominazioni: gli Ingevoni prossimi all’Oceano; nel mezzo gli Herminoni; tutti gli altri vengono chiamati Istevoni.
Alcuni, prendendosi qualche libertà su storie tanto antiche, attribuiscono più figli al dio e più nomi per le singole stirpi: Marsi, Gambrivi (Sicambri?), Suebi e Vandali, e questi sarebbero i nomi originari ed antichi. Al contrario, la parola “Germania” è recente ed è stata introdotta da poco, infatti quelli che oltrepassato per primi il Reno espulsero via i Galli, e che ora sono conosciuti come Tungri, in origine erano chiamati Germani. Così, un poco alla volta il nome di una tribù prevalse a tal punto da diventare il nome di un’intera nazione, e poiché in origine tutti coloro che incutevano paura ai vinti venivano chiamati Germani, trovato il nome, finirono col chiamarcisi da sé.

 

aprile 17, 2010 Pubblicato da | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA

I Romani consideravano il coacervo di tribù semi-nomadi ed i popoli dell’Europa centro-settentrionale, appartenenti alla stessa famiglia linguistica di matrice indoeuropea, come un unico gruppo culturale al quale diedero un nome comune: Germani, distinguendoli nettamente dalle popolazioni celtiche della Gallia.
La presenza dei Germani è attestata a partire dalla tarda Età del Ferro quando costituirono numerosi gruppi culturali, spostandosi dalle loro sedi originarie nella Scandinavia meridionale e lungo le rive del Mare del Nord. Intorno alla metà del I secolo a.C. il greco Posidonio, diplomatico rodiese ed esploratore, attribuisce alle popolazioni germaniche dell’Europa continentale natura ed origini comuni, alla base di un grande agglomerato etnico suddiviso in gruppi autonomi tra di loro. Successivamente, Cesare (I secolo a.C.), Plinio il Vecchio e Tacito (seconda metà del I secolo d.C.) e quindi Claudio Tolomeo (II sec. d.C.) aggiungono informazioni preziose sulla ripartizione geografica dei gruppi che compongono il mondo germanico e sui loro costumi.
In riferimento alle testimonianze di questi autori, la storiografia moderna ha suddiviso i diversi popoli germanici in tre gruppi principali, distribuiti lungo una linea che dalla catena montuosa dei Sudeti sale verso il fiume Oder fino a raggiungere la penisola danese e le coste meridionali della Scandinavia:
 i Germani del Nord (Germani settentrionali), insediati nella Scandinavia e nello Jutland;
 i Germani dell’Est (Germani orientali), presenti oltre il fiume Elba fino alla Vistola.
 i Germani dell’Ovest (Germani occidentali), che occupano le terre tra i fiumi Reno, Weser e l’Elba.
Questa classificazione tradizionale non è stata pienamente rispecchiata dagli studi archeologici e linguistici, mettendo in evidenza una serie di aree culturali molto più complesse e differenziate nella collocazione geografica, pur mantenendo una sostanziale identità etnica con un complesso di credenze comuni e tradizioni orali.
Fin dal tempo delle spedizioni di Giulio Cesare, la separazione tra Germani occidentali ed orientali, faceva sì che ad essere conosciuti da Roma fossero soprattutto i popoli raggruppati tra le foci dell’Elba ed il Mare del Nord, oltre che lungo le rive del Reno.
Si trattava di un insieme di tribù relativamente mobili. Secondo l’opinione di Cesare, le migrazioni facevano parte del modo stesso di vita dei barbari, incapaci di assicurarsi diversamente la sussistenza, ma lo stesso generale e console romano riconosce che i motivi di questi movimenti erano più complessi e che tra di essi ricorreva spesso la necessità di sfuggire alla pressione di nemici esterni.
Fu dalle foreste dell’Europa settentrionale e dagli inospitali territori del Nord che queste popolazioni tribali, spinte dalla pressione derivante dal sovrappopolamento, a fronte di risorse scarse e limitate, iniziarono le loro peregrinazioni verso le più miti e fertili terre del sud, scontrandosi con i popoli celti delle Gallie, fino a raggiungere le aree sotto la sfera di influenza di Roma, venendo presto a cozzare con quest’ultima già nel II secolo a.C. 
Il loro rapporto con il mondo romano era complesso e si articolava attraverso una rete di vincoli diplomatici ed alleanze, intervallata da episodi di aperta ostilità e periodi di pace, con la ripresa degli scambi commerciali: schiavi, pellame, e l’ambitissimo mercato dell’ambra baltica. In cambio, i Germani ricevevano prodotti di lusso, vasellame pregiato ed oggetti in vetro per le elite aristocratico-guerriere e, soprattutto, armi di contrabbando. Economicamente le tribù germaniche erano agricole e vivevano per lo più allevando bestiame, concentrandosi in piccoli insediamenti semi-permanenti, villaggi e gruppi di fattorie, costituiti per lo più da gruppi parentali. Anche se le tribù germaniche erano chiamate “barbare” dai Romani, il termine serviva più che altro ad indicare le popolazioni  esterne all’Impero ed escluse dall’amministrazione romana.  Non si riferiva necessariamente a dei rozzi selvaggi, ma a popoli caratterizzati da valori e culture differenti. I confini dell’Impero erano flessibili, lungi dal costituire delle barriere invalicabili dalle frontiere rigidamente definite. Pertanto tra il mondo mediterraneo e quello germanico esistevano traffici considerevoli, ed i beni di buona fattura erano ricercati da ambo le parti. Le tribù transrenane erano abili nella lavorazione dei metalli e comprendevano anche bravi orafi, tanto che non sono rari i ritrovamenti di gioielli ed ornamenti vari: spille e fibbie decorate, ma anche bracciali e collane, anelli ed orecchini, usati indistintamente da entrambe i sessi.  Così come non era rara la cura personale; nelle torbiere sono stati ritrovati pettini, forbici.. persino rasoi e pinzette. Stile, scelta dei materiali, raffinatezza di lavorazione, abbigliamento e manifatture, la stessa acconciatura dei capelli,  variavano a livello regionale, distinguendosi per tribù. Il costume quotidiano era composto da una semplice tunica, calzoni lunghi fino alle caviglie, solitamente di lana come il mantello comunemente diffuso. Non mancavano gli indumenti realizzati in pelle ed in cuoio. La tintura e la tessitura del panno spesso denotava una certa cura ed abilità, specialmente nelle famiglie di rango più elevato, altrimenti la maggior parte degli indumenti il colore prevalente era il marrone scuro. La tunica, che poteva avere maniche corte o lunghe, arrivava alle ginocchia. Con la stagione fredda, al mantello (spesso in lana grezza) si aggiungevano pellicce non conciate. Il lino veniva indossato solo dai membri più ricchi della tribù. Invece, le calzature, realizzate in cuoio, avvolgevano totalmente il piede ed in genere avevano dei legacci che si annodavano intorno alla caviglia.
Alla pressione diplomatico-militare romana si aggiungevano elementi sempre nuovi, che contribuivano a ridisegnare la mappa degli insediamenti germanici, tramite un continuo rimescolamento etnico.
Più che ai popoli del Mare del Nord, l’interesse dei Romani era comunque rivolto a coloro che abitavano la riva destra del Reno ed ai lati della vasta depressione costituita dai bacini del Lippe e della Ruhr. Inevitabilmente, i popoli che qui vivevano, chiusi tra Suebi e Celti, erano particolarmente aggressivi.
Paradossalmente, data la loro fluidità e la vicinanza col mondo latino, erano anche i gruppi più permeabili alla romanizzazione ed agli influssi culturali esterni.
Lo stato di guerra permanente in un continuo attrito di forze contrapposte, la totale assenza di strutture organizzative complesse, il costante confronto militare con gli eserciti di Roma, col tempo condusse le varie comunità germaniche a costituire confederazioni tribali sempre più grandi e stabili (Alamanni; Franchi), formando una formidabile forza d’urto, che nel V secolo d.C. avrebbe finito col travolgere l’esangue mondo romano.
E proprio i Romani avranno della cosiddetta Germania sempre un’idea indefinita, legata alle testimonianze di pochi viaggiatori isolati (spesso mercanti), testimonianze di prigionieri di guerra, e rapporti militari stilati durante le varie spedizioni punitive oltre il Reno.
Attorno al 12 a.C. era particolarmente potente la confederazione dei Suebi, appartenenti al gruppo degli Herminones, in contatto con gli Ingvaeones (popolazioni frisone, stanziate lungo le coste del Mare del Nord) e con gli Istvaenos (i Cherusci, nell’Hannover occidentale). La tripartizione, a tutt’oggi comunemente accettata, viene elaborata per la prima volta dallo storico latino Publio Cornelio Tacito che, nel suo studio sull’origine dei popoli germanici (De origine et situ Germanorum), concentra la propria attenzione sulle tribù occidentali. Non foss’altro per motivi pratici: sono i popoli più prossimi alla frontiera renana dell’Impero e costituiscono l’opportunità per un interessante spunto monografico, carico di implicazioni morali, tanto care all’Autore.

De origine et situ Germanorum, scritto da Tacito intorno al 98 d.C. e meglio conosciuto come “Germania”, nel suo genere è un’opera unica nell’ambito della letteratura latina. Si tratta di una vera escursione etnografica, con tanto di indagine geografica, tra popolazioni irriducibilmente nemiche della cosiddetta Germania Magna.

La minaccia germanica è un tema sempre presente nella coscienza di Tacito e trascorre sui primi capitoli degli Annales: a Germanico, il giovane principe che comandava le legioni sul Reno nei primi anni dopo la disfatta di Teutoburgo (9 d.C.), Tacito fa pronunciare parole che riflettono il suo timore per quelle orde bellicose e feroci (Annales; II, 21): «Non c’è bisogno di prigionieri – dice il giovane ai legionari, incitandoli al massacro – solo lo sterminio di questa gente segnerà la fine delle guerre…» 
Nella descrizione del costume germanico, Tacito non nasconde una certa ammirazione per il loro valore, la fedeltà al capo, la castità delle donne, la sobrietà del vivere. Uno dei motivi che lo indussero a comporre l’opera fu anche fu anche l’intento di risvegliare le coscienze dell’Urbe e far intendere la gravità del pericolo. E nel costume povero e severo di quei popoli lo storico si propone di richiamare i suoi compatrioti, adagiati nella mollezza della grande città.

  (Lidia Storoni Mazzolani)

Tacito, tra gli scrittori antichi, è colui che più di ogni altro contribuisce a delineare un quadro più o meno completo sulla distribuzione territoriale delle singole tribù, fornendoci una certa conoscenza etnografica delle medesime, non sempre esatta ma comunque notevole, che ci permette di orientarci tra un’infinità di stirpi irrequiete, consegnandoci un contributo storico non indifferente e la maggior parte dei dati che oggi conosciamo.

aprile 17, 2010 Pubblicato da | TACITO, X - BARBARI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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