L O C U S – L A T U S

Miscellanea et Mirabilia

GERMANIA


I Romani consideravano il coacervo di tribù semi-nomadi ed i popoli dell’Europa centro-settentrionale, appartenenti alla stessa famiglia linguistica di matrice indoeuropea, come un unico gruppo culturale al quale diedero un nome comune: Germani, distinguendoli nettamente dalle popolazioni celtiche della Gallia.
La presenza dei Germani è attestata a partire dalla tarda Età del Ferro quando costituirono numerosi gruppi culturali, spostandosi dalle loro sedi originarie nella Scandinavia meridionale e lungo le rive del Mare del Nord. Intorno alla metà del I secolo a.C. il greco Posidonio, diplomatico rodiese ed esploratore, attribuisce alle popolazioni germaniche dell’Europa continentale natura ed origini comuni, alla base di un grande agglomerato etnico suddiviso in gruppi autonomi tra di loro. Successivamente, Cesare (I secolo a.C.), Plinio il Vecchio e Tacito (seconda metà del I secolo d.C.) e quindi Claudio Tolomeo (II sec. d.C.) aggiungono informazioni preziose sulla ripartizione geografica dei gruppi che compongono il mondo germanico e sui loro costumi.
In riferimento alle testimonianze di questi autori, la storiografia moderna ha suddiviso i diversi popoli germanici in tre gruppi principali, distribuiti lungo una linea che dalla catena montuosa dei Sudeti sale verso il fiume Oder fino a raggiungere la penisola danese e le coste meridionali della Scandinavia:
 i Germani del Nord (Germani settentrionali), insediati nella Scandinavia e nello Jutland;
 i Germani dell’Est (Germani orientali), presenti oltre il fiume Elba fino alla Vistola.
 i Germani dell’Ovest (Germani occidentali), che occupano le terre tra i fiumi Reno, Weser e l’Elba.
Questa classificazione tradizionale non è stata pienamente rispecchiata dagli studi archeologici e linguistici, mettendo in evidenza una serie di aree culturali molto più complesse e differenziate nella collocazione geografica, pur mantenendo una sostanziale identità etnica con un complesso di credenze comuni e tradizioni orali.
Fin dal tempo delle spedizioni di Giulio Cesare, la separazione tra Germani occidentali ed orientali, faceva sì che ad essere conosciuti da Roma fossero soprattutto i popoli raggruppati tra le foci dell’Elba ed il Mare del Nord, oltre che lungo le rive del Reno.
Si trattava di un insieme di tribù relativamente mobili. Secondo l’opinione di Cesare, le migrazioni facevano parte del modo stesso di vita dei barbari, incapaci di assicurarsi diversamente la sussistenza, ma lo stesso generale e console romano riconosce che i motivi di questi movimenti erano più complessi e che tra di essi ricorreva spesso la necessità di sfuggire alla pressione di nemici esterni.
Fu dalle foreste dell’Europa settentrionale e dagli inospitali territori del Nord che queste popolazioni tribali, spinte dalla pressione derivante dal sovrappopolamento, a fronte di risorse scarse e limitate, iniziarono le loro peregrinazioni verso le più miti e fertili terre del sud, scontrandosi con i popoli celti delle Gallie, fino a raggiungere le aree sotto la sfera di influenza di Roma, venendo presto a cozzare con quest’ultima già nel II secolo a.C. 
Il loro rapporto con il mondo romano era complesso e si articolava attraverso una rete di vincoli diplomatici ed alleanze, intervallata da episodi di aperta ostilità e periodi di pace, con la ripresa degli scambi commerciali: schiavi, pellame, e l’ambitissimo mercato dell’ambra baltica. In cambio, i Germani ricevevano prodotti di lusso, vasellame pregiato ed oggetti in vetro per le elite aristocratico-guerriere e, soprattutto, armi di contrabbando. Economicamente le tribù germaniche erano agricole e vivevano per lo più allevando bestiame, concentrandosi in piccoli insediamenti semi-permanenti, villaggi e gruppi di fattorie, costituiti per lo più da gruppi parentali. Anche se le tribù germaniche erano chiamate “barbare” dai Romani, il termine serviva più che altro ad indicare le popolazioni  esterne all’Impero ed escluse dall’amministrazione romana.  Non si riferiva necessariamente a dei rozzi selvaggi, ma a popoli caratterizzati da valori e culture differenti. I confini dell’Impero erano flessibili, lungi dal costituire delle barriere invalicabili dalle frontiere rigidamente definite. Pertanto tra il mondo mediterraneo e quello germanico esistevano traffici considerevoli, ed i beni di buona fattura erano ricercati da ambo le parti. Le tribù transrenane erano abili nella lavorazione dei metalli e comprendevano anche bravi orafi, tanto che non sono rari i ritrovamenti di gioielli ed ornamenti vari: spille e fibbie decorate, ma anche bracciali e collane, anelli ed orecchini, usati indistintamente da entrambe i sessi.  Così come non era rara la cura personale; nelle torbiere sono stati ritrovati pettini, forbici.. persino rasoi e pinzette. Stile, scelta dei materiali, raffinatezza di lavorazione, abbigliamento e manifatture, la stessa acconciatura dei capelli,  variavano a livello regionale, distinguendosi per tribù. Il costume quotidiano era composto da una semplice tunica, calzoni lunghi fino alle caviglie, solitamente di lana come il mantello comunemente diffuso. Non mancavano gli indumenti realizzati in pelle ed in cuoio. La tintura e la tessitura del panno spesso denotava una certa cura ed abilità, specialmente nelle famiglie di rango più elevato, altrimenti la maggior parte degli indumenti il colore prevalente era il marrone scuro. La tunica, che poteva avere maniche corte o lunghe, arrivava alle ginocchia. Con la stagione fredda, al mantello (spesso in lana grezza) si aggiungevano pellicce non conciate. Il lino veniva indossato solo dai membri più ricchi della tribù. Invece, le calzature, realizzate in cuoio, avvolgevano totalmente il piede ed in genere avevano dei legacci che si annodavano intorno alla caviglia.
Alla pressione diplomatico-militare romana si aggiungevano elementi sempre nuovi, che contribuivano a ridisegnare la mappa degli insediamenti germanici, tramite un continuo rimescolamento etnico.
Più che ai popoli del Mare del Nord, l’interesse dei Romani era comunque rivolto a coloro che abitavano la riva destra del Reno ed ai lati della vasta depressione costituita dai bacini del Lippe e della Ruhr. Inevitabilmente, i popoli che qui vivevano, chiusi tra Suebi e Celti, erano particolarmente aggressivi.
Paradossalmente, data la loro fluidità e la vicinanza col mondo latino, erano anche i gruppi più permeabili alla romanizzazione ed agli influssi culturali esterni.
Lo stato di guerra permanente in un continuo attrito di forze contrapposte, la totale assenza di strutture organizzative complesse, il costante confronto militare con gli eserciti di Roma, col tempo condusse le varie comunità germaniche a costituire confederazioni tribali sempre più grandi e stabili (Alamanni; Franchi), formando una formidabile forza d’urto, che nel V secolo d.C. avrebbe finito col travolgere l’esangue mondo romano.
E proprio i Romani avranno della cosiddetta Germania sempre un’idea indefinita, legata alle testimonianze di pochi viaggiatori isolati (spesso mercanti), testimonianze di prigionieri di guerra, e rapporti militari stilati durante le varie spedizioni punitive oltre il Reno.
Attorno al 12 a.C. era particolarmente potente la confederazione dei Suebi, appartenenti al gruppo degli Herminones, in contatto con gli Ingvaeones (popolazioni frisone, stanziate lungo le coste del Mare del Nord) e con gli Istvaenos (i Cherusci, nell’Hannover occidentale). La tripartizione, a tutt’oggi comunemente accettata, viene elaborata per la prima volta dallo storico latino Publio Cornelio Tacito che, nel suo studio sull’origine dei popoli germanici (De origine et situ Germanorum), concentra la propria attenzione sulle tribù occidentali. Non foss’altro per motivi pratici: sono i popoli più prossimi alla frontiera renana dell’Impero e costituiscono l’opportunità per un interessante spunto monografico, carico di implicazioni morali, tanto care all’Autore.

De origine et situ Germanorum, scritto da Tacito intorno al 98 d.C. e meglio conosciuto come “Germania”, nel suo genere è un’opera unica nell’ambito della letteratura latina. Si tratta di una vera escursione etnografica, con tanto di indagine geografica, tra popolazioni irriducibilmente nemiche della cosiddetta Germania Magna.

La minaccia germanica è un tema sempre presente nella coscienza di Tacito e trascorre sui primi capitoli degli Annales: a Germanico, il giovane principe che comandava le legioni sul Reno nei primi anni dopo la disfatta di Teutoburgo (9 d.C.), Tacito fa pronunciare parole che riflettono il suo timore per quelle orde bellicose e feroci (Annales; II, 21): «Non c’è bisogno di prigionieri – dice il giovane ai legionari, incitandoli al massacro – solo lo sterminio di questa gente segnerà la fine delle guerre…» 
Nella descrizione del costume germanico, Tacito non nasconde una certa ammirazione per il loro valore, la fedeltà al capo, la castità delle donne, la sobrietà del vivere. Uno dei motivi che lo indussero a comporre l’opera fu anche fu anche l’intento di risvegliare le coscienze dell’Urbe e far intendere la gravità del pericolo. E nel costume povero e severo di quei popoli lo storico si propone di richiamare i suoi compatrioti, adagiati nella mollezza della grande città.

  (Lidia Storoni Mazzolani)

Tacito, tra gli scrittori antichi, è colui che più di ogni altro contribuisce a delineare un quadro più o meno completo sulla distribuzione territoriale delle singole tribù, fornendoci una certa conoscenza etnografica delle medesime, non sempre esatta ma comunque notevole, che ci permette di orientarci tra un’infinità di stirpi irrequiete, consegnandoci un contributo storico non indifferente e la maggior parte dei dati che oggi conosciamo.

aprile 17, 2010 - Posted by | TACITO, X - BARBARI | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

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