L O C U S – L A T U S

Miscellanea et Mirabilia

GERMANIA – Liber I,8

 

[8] Memoriae proditur quasdam acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata comminus captivitate, quam longe inpatientius feminarum suarum nomine timent, adeo ut efficacius obligentur animi civitatum, quibus inter obsides puellae quoque nobiles imperantur. Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant, nec aut consilia earum aspernantur aut responsa neglegunt. Vidimus sub divo Vespasiano Veledam diu apud plerosque numinis loco habitam; sed et olim Albrunam et compluris alias venerati sunt, non adulatione nec tamquam facerent deas.

[8]  Si racconta che delle schiere in ritirata e già prossime allo sbando siano state riportate ai ranghi dalle preghiere delle donne, che opponevano loro il petto e mostravano la riduzione in schiavitù, cosa che temono molto più per le loro donne che per loro stessi, tanto che per stabilire patti efficaci con altre popolazioni, dispongono che tra gli ostaggi vi siano anche nobili fanciulle. Inoltre, ritengono che nelle donne vi sia qualcosa di sacro e persino di profetico, tanto che non disprezzano i loro consigli né rifiutano i loro responsi. Sotto il divo Vespasiano abbiamo visto Veleda essere considerata dai più come una sorta di divinità locale. In tempi più antichi veniva venerata Albruna e molte altre, non per adulazione né per farne delle dee.

 

  Veleda era una donna appartenente alla popolazione germanica dei Bructeri. Figura femminile carismatica e venerata, la sua persona era oggetto di un vero e proprio culto personale. Catturata dai Romani venne deportata a Roma, dove perse il suo status semi-divino. Probabilmente, lo stesso Tacito ebbe modo di conoscerla e ne parla nelle sue Historiae (Liber IV; 61-65. Liber V; 22-24).

 

giugno 10, 2010 Posted by | Germania - Liber I, TACITO | , , , , , , , , , | Lascia un commento

GERMANIA – Liber I,7

[7]  Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt. Nec regibus infinita aut libera potestas, et duces exemplo potius quam imperio, si prompti, si conspicui, si ante aciem agant, admiratione praesunt. Ceterum neque animadvertere neque vincire, ne verberare quidem nisi sacerdotibus permissum, non quasi in poenam nec ducis iussu, sed velut deo imperante, quem adesse bellantibus credunt. Effigiesque et signa quaedam detracta lucis in proelium ferunt; quodque praecipuum fortitudinis incitamentum est, non casus, nec fortuita conglobatio turmam aut cuneum facit, sed familiae et propinquitates; et in proximo pignora, unde feminarum ululatus audiri, unde vagitus infantium. Hi cuique sanctissimi testes, hi maximi laudatores. Ad matres, ad coniuges vulnera ferunt; nec illae numerare aut exigere plagas pavent, cibosque et hortamina pugnantibus gestant.

[7]  Scelgono i re per la loro nobiltà d’animo ed i capi militari per il loro valore. Tuttavia ai re non viene concesso un potere arbitrario o senza limiti, mentre i capi esercitano il comando attraverso l’esempio piuttosto che con l’imposizione, guadagnandosi l’ammirazione specialmente se agiscono con prontezza, se si espongono e combattono in prima linea.
Inoltre, ad eccezione dei sacerdoti, non è permesso a nessuno impartire punizioni, né mettere in catene, né frustare chicchessia; questo avviene non perché non esistano pene o perché i comandanti non possano emettere ordini, bensì perché credono che a decidere sia la divinità che assiste i guerrieri. In battaglia portano effigi e stendardi che traggono dalle foreste; ciò che costituisce una straordinaria forma di incitamento al valore è dovuta al fatto che le turme ed i cunei non vengono costituiti a caso né assegnati a sorte, ma sono formati da familiari, da membri dello stesso clan; e a seguirli ci sono i parenti, in modo che possano sentire l’ululato delle donne ed i vagiti dei neonati. Questi sono considerati testimoni sacri e giudici supremi del loro valore. Portano i feriti alle madri ed alle mogli, che non si spaventano di contare e curare le ferite, mentre forniscono ai guerrieri cibo ed esortazioni.

 

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